mercoledì 8 maggio 2013

Vauro e i figli di Chernobyl, “troppo tristi” per la Rai il nucleare che non si vuole raccontare

di Anna Maria Pasetti Il fatto quotidiano 9 maggio 2013 Un Vauro da reportage. Dove la satira non c’entra proprio nulla. Considerando che quanto vedremo da lui realizzato stasera nell’a mbito del programma Confessione Repor ter (su Italia 1, seconda serata), va a toccare una ferita ancora aperta, per non dire infetta: quella dei “figli di Chernobyl”. Il reportage da un quarto d’ora che il vignettista toscano ha dato gratuitamente alla trasmissione in onda sul canale Mediaset – dopo che Rai 3 gliel’ha rifiutato perché “è un argomento troppo triste” – è stato realizzato lo scorso giugno insieme alla Ong Sole Terre, che si (pre)occupa di tumori dei bambini nel mondo. “È un’associazione serissima e di cui andare orgogliosi come lo siamo di Emergency, perché è rispettosa delle persone e dei luoghi in cui interviene”, spiega Senesi, rimasto una decina di giorni presso la zona rossa e nel quartiere di Chernobyl dove Sole Terre ha edificato la sua “casa-famiglia” per tutti coloro che, “poverissimi, non possono permettersi un tetto sopra un letto quando devono portare i figli a fare le chemioterapie e la cui unica alternativa sarebbe dormire nelle stazioni ferroviarie”. LA TESTIMONIANZA di Vauro mette in luce più di una denuncia. “Le conseguenze per la popolazione dei fatti di Chernobyl sono ancora tangibili nel presente, basti pensare che il governo ucraino lo scorso anno ha decurtato 35 milioni di euro dai fondi per la cura dei bambini malati per dirottarli alla costruzione delle strutture per gli Europei di calcio. Togliendo fondi anche a quelle 800 mila anime che hanno lavorato per ‘ripulire’ la zona radioattiva”. Certo, siamo nell’ambito del dramma, ma è noto che laddove ci siano dei ragazzi l’atmosfera fugge dal tragico. “E infatti – continua Senesi – tenevo ad evidenziare nel reportage quanto l’universo dell’infanzia sia ostinato nella sua gioia di vivere. Ci siamo divertiti molto insieme, disegnando e giocando”. Dunque da novello autore di reportage, “l’ul - timo dei Comunisti”, come amam definirlo Michele Santoro, c’ha preso gusto, tanto che se questo documento per ora è un unicum, “vor - rei poterne fare altri”. Anche per mostrare che un reporter – o chi fa giornalismo – non è da fuggire “a prescindere” come si ostinano oggi a fare alcuni membri della “neo politica” italiana. AI QUALI Vauro risponde per le rime: “quello è un atteggiamento presuntuoso, vecchio come la politica più vetusta, e assolutamente anti rivoluzionario”. “Forse nel giornalismo non c’è più quel senso di avventura di una volta – molti sono proni all’obbedienza della banalità – ma per fortuna esistono ancora delle mirabili eccezioni che vorremmo diventassero la norma, ovvero quei giornalisti che raccontano le cose dopo averle vissute. Trasformando la propria professione in un’avventura di vita”.

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