Uno studio tedesco conclude che bruciare biomasse e' poco ecologico.
A quanto pare aumenta il numero di ricercatori critici al proliferare di centrali termiche alimentate a biomasse .
Il risultati dello studio, che potete scaricare, nella prima parte e' in tedesco, nella seconda in inglese.
Buona lettura
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Vale la pena scommettere sull'energia da biomasse?
Un report pubblicato dall'Accademia nazionale delle scienze tedesche
Leopoldina indaga a 360 gradi su vantaggi e svantaggi di biomasse e
biocarburanti. Le controindicazioni di queste fonti energetiche finora
sono state sottovalutate. Converrebbero a livello energetico-ambientale
solo con certe filiere e a determinate condizioni.
06 agosto 2012
Le biomasse, in generale, e i biocarburanti di prima generazione, più in
particolare, non sono il modo migliore per ridurre le emissioni di gas
serra. L'accusa ai limiti dei biofuel non è una novità, ma il nuovo report pubblicato dall'Accademia nazionale delle scienze tedesche Leopoldinaè
interessante perché tenta una valutazione a 360 gradi della
sostenibilità delle varie forme di bioenergia. Le principali
controindicazioni sono note: per alcune colture e filiere il bilancio in
termini di gas serra può essere controproducente e spesso rubano spazio
alle colture alimentari con la conseguenza di far salire il prezzo dei
cereali e di causare deforestazione.
Questi sono i motivi per cui dallo studio (qui in allegato, pdf, la versione inglese da pag 30 in avanti) emerge l'ennesima bocciatura dell'obiettivo europeo 2020 di
soddisfare entro quell'anno il 10% del fabbisogno energetico per i
trasporti con le rinnovabili, che rischia di essere coperto quasì
totalmente con i biofuel. Ma, secondo i 20 accademici che hanno
contribuito al report il ricorso alle biomasse andrebbe limitato in
generale: per ridurre le emissioni di CO2 queste fonti sono molto meno efficienti di altre come eolico e fotovoltaico,
anche se ovviamente le biomasse hanno il vantaggio di poter essere
trasformate agevolmente in combustibili liquidi o di poter produrre in
modo altamente modulabile e in cogenerazione sia elettricità che calore.
Focalizzandosi sul caso tedesco, ma facendo un discorso valido a livello europeo e globale, infatti, il report bolla come troppo ottimistiche sia le valutazioni sugli impatti di
biocarburanti e altre biomasse fatte dalla Comunità Europea, sia quelle
dell'IPCC Special Report 2012 on Renewable Energy (SRREN) che quelle
del BioÖkonomieRat del Governo tedesco. La conclusione è che, fatta
eccezione per quelle derivate da prodotti di scarto e sottoprodotti, le
biomasse non sono un'opzione praticabile su larga scala per ridurre le
emissioni.
Ad esempio, censendo la filiera forestale tedesca si ritiene che
aumentare o anche solo mantenere il livello di produzione energetica
attuale da legna comporta c'è il rischio dicompromettere il patrimonio boschivo nazionale
senza contribuire alla riduzione delle emissioni. Solo foreste
mantenute in equilibrio, cioè in cui si ripiantumi di pari passo con il
taglio avvicinerebbero alla neutralità in termini di CO2. Ancora peggio
va nella biomassa coltivata: qui, tenendo conto dell'uso di nitrati per i concimi,
dell'energia spesa nella coltivazione e di tutto il resto le emissioni
sono quasi sempre superiori alla quantità di CO2 immagazzinata dalla
pianta. Per il biogas, si spiega, solo alcune filiere particolari sono
sostenibili e per biodiesel e bioetanolo la sostenibilità è ancora più
difficile da ottenere. A questo si aggiunge il fatto che la quantità di
biomassa necessaria per soddisfare l'obiettivo europeo sui trasporti è
incompatibile a livello di terreni disponibili con la produzione alimentare. E che gran parte viene dall'importazione da paesi nei quali è difficile controllare le filiere.
I biocarburanti di prima generazione, dunque, in questo report sono
tutti bocciati. Perfino il bioetanolo da canna da zucchero - che con un
EROI (rapporto tra rendimento energetico ed energia investita) che
arriva fino ad 8 ed è tra i migliori - secondo gli autori non è
pienamente sostenibile: per avere quei rendimenti infatti bisogna usare
per il processo di lavorazione il calore ottenuto bruciando i residui
della canna, la cosiddetta bagassa, anziché reinterrarli nel campo e
questo significa estrarre carbonio dal suolo. Meglio da
questo punto di vista il biogas, i cui residui di lavorazione vengono
resistuiti ai campi come fertilizzanti, permettendo, nelle filiere ben
fatte, di avere bilanci negativi in termini di CO2.
Speranze restano in un rapido sviluppo dei biocarburanti di seconda generazione,
specialmente quelli a base di materie lignocellulosiche, che
eviterebbero parte degli impatti negativi degli attuali. Il report
dell'Accademia nazionale è invece molto scettico sullo sviluppo dei
biocarburanti dallealghe: con le tecnologie attuali si
scrive l'EROI dei biocarburanti da alghe è al di sotto di 1, si spende
cioè più energia per produrli di quella che rendono. Un paragrafo è
dedicato anche alla produzione di idrogeno da biomasse.
Anche qui siamo lontani dalla competitività: con il metodo più diffuso,
cioè ricavandolo dal metano, si ottiene idrogeno a 1 $ al chilogrammo,
mediante elettrolisi (che può essere fatta anche con l'elettricità da
rinnovabili) si sale a 3 $/kg, mentre ottenere l'idrogeno con la
pirolisi da biomasse attualmente, si spiega, al momento costa circa 7
$/kg.
In conclusione vale la pena scommettere sulle biomasse? Secondo gli autori per quanto possibilemeglio concentrarsi su altri metodi per
ridurre la CO2: efficienza energetica, eolico, fotovoltaico e solare
termico. Le biomasse dovrebbero essere promosse solo laddove non entrino
in competizione con la filiera alimentare, abbiano un impatto
ambientale sostenibile e un bilancio in termini di emissioni di gas
serra almeno del 60-70% migliore dei vettori energetici che
sostituiscono (tipicamente benzina, gasolio e gas). Promettente in tal
senso è l'uso di scarti e sottoprodotti, ad esempio l'uso dei reflui
degli allevamenti per ottenere biogas.
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