Gela, la Procura apre inchiesta su bambini nati con malformazioni
La media è sei volte più alta di quella nazionale. L'ipotesi è che la
causa possa essere l'inquinamento prodotto dal petrolchimico dell’Eni. E
il gruppo che aveva già risarcito alcune famiglie per il caso Syndial
fa sapere: "Se dovessero essere dimostrate responsabilità siamo pronti
ad aiutare anche quelle vittime”
di Giuseppe Pipitone | 6 novembre 2012Commenti
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/06/gela-bambino-su-sei-nasce-con-malformazioni-procura-apre-inchiesta/404479/
Alcuni
bambini nascono senza un orecchio, altri con quattro dita alle mani,
altri ancora con delle malformazioni al palato. Una percentuale
superiore di sei volte rispetto alla media nazionale. Succede a Gela,
novantamila abitanti sulla costa meridionale della Sicilia; lì venire al
mondo è più difficile che nel resto d’Italia. Una maledizione infernale
che danna le famiglie del luogo dagli anni ‘70. Solo nel 2002 sono ben
512 i bambini nati malformati. E adesso, dopo anni di disagio, la
procura di Gela ha aperto un’indagine sul caso. Oggetto dell’inchiesta
una sola, importante, domanda: perché qui i casi di malformazione sono
più comuni che nel resto d’Italia? La risposta allunga inevitabilmente
lo sguardo sulla costa della cittadina in provincia di Caltanissetta, e
precisamente dalle parti del petrolchimico dell’Eni, voluto alla fine
degli anni ’50 da Enrico Mattei in persona. Per anni a Gela la parola
lavoro ha fatto rima con l’azienda del cane a sei zampe. Erano decine di
migliaia gli operai che ogni mattina varcavano i cancelli del
petrolchimico per portare a casa pane e lavoro. Oggi sono meno di
duemila. Centinaia invece le famiglie che negli anni hanno temuto per la
sorte dei loro figli.
Diffusissima è l’ipospadia, una malformazione congenita all’apparato
genitale, ma comuni sono anche i casi di bambini nati microcefali. Quasi
una routine i casi di malformazioni genetiche tra le famiglie di operai
ed ex dipendenti del petrolchimico dell’Eni. “Quando io e mio fratello
gemello siamo nati senza alcun tipo di malformazione, in famiglia si è
quasi gridato al miracolo per una cosa che in realtà dovrebbe essere
normale” racconta Andrea Turco, ventenne figlio di un operaio
dell’indotto petrolchimico. Già nei mesi scorsi le telecamere del
fattoquotidiano.it erano arrivate a Gela per documentare la storia degli
ex operai di Clorosoda, il reparto killer dell’Eni, e raccontare
l’allarmante diffusione di malformazioni genetiche che si verificano
ancora oggi, nonostante ampie porzioni del petrolchimico dovrebbero
essere state bonificate. Adesso la procura guidata dalla dottoressa
Lucia Iotti, che già aveva aperto un fascicolo su Clorosoda, ha deciso
di indagare anche sull’alto tasso di malformazioni congenite,
ricostruendo a livello storico la vicenda, e provando ad individuare i
possibili responsabili.
“Il problema è che a Gela è inquinato tutto: dall’acqua, agli ortaggi,
al cibo con cui viene allevato il bestiame” aveva spiegato il genetista
Sebastiano Bianca, perito della procura di Gela, ai microfoni del
fattoquotidiano.it. L’alto tasso di malformazioni genetiche è dovuto ai
distruttori endocrini, elementi derivati dalle sostanze inquinanti
simili a quelle emesse dal petrolchimico: dal potenziale micidiale sono
in grado di attaccare il tessuto provocando le malformazioni neonatali.
Il problema per la procura è trovare il nesso causale, ovvero provare a
livello scientifico, e quindi giudiziario, che i tumori e le
malformazioni genetiche derivano dall’inquinamento prodotto dal
petrolchimico. Nel 2006 a Priolo, pochi chilometri a nord di Gela, si
era verificata una situazione simile. In quel caso, però, la Syndial,
società dell’indotto Eni, aveva deciso di risarcire alcune famiglie
danneggiate mentre le indagini erano ancora aperte: 101 casi di bambini
nati con malformazioni genetiche erano costate più di undici milioni di
euro, ma la vertenza era stata chiusa. Oggi Andrea Armaro, responsabile
delle relazioni esterne dell’Eni in Sicilia, si esprime anche sul caso
di Gela. “Se dovessero essere dimostrate responsabilità dell’Eni a Gela
siamo pronti ad aiutare anche quelle vittime”.
Il dottor Bianca però lancia l’allarme: “Non è una condizione che si può
restringere ad alcuni casi, ma al contrario è una situazione che
riguarda anche altro. Riguarda il futuro. Il problema principale è che
qui a Gela in trent’anni non è cambiato nulla: pur avendo dismesso gran
parte degli impianti del petrolchimico le percentuali di malformazioni
sono rimaste stabili. Quindi il vero problema di questa città non sono
le generazioni presenti ma quelle che future. Non sappiamo per quanto le
condizioni rimarranno allarmanti. Il padre guarda il figlio che nasce e
non può preoccuparsi soltanto per lui, ma anche per il nipote”. Una
catena generazionale che negli ultimi anni sembra essere stata senza
fine.
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