lunedì 5 novembre 2012
“SENZA STATO LA MAFIA SAREBBE GIÀ MORTA”
a cura di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
È IL GRANDE RACCONTO della trattativa
Stato-mafia vista dalla Procura, la storia dei due
anni che hanno cambiato il Paese all’insegna della
convivenza con i poteri criminali. La memoria del
procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e
dei pm Nino Di Matteo, Lia Sava, Francesco Del
Bene e Roberto Tartaglia, non è una sentenza, ma la
ricostruzione (inevitabilmente di una parte
processuale) del percorso investigativo che ha
portato i pm a chiedere il processo per sei uomini
dello Stato e sei capimafia, insieme sullo stesso
banco degli imputati: sono le venti pagine che
illustrano al gup Piergiorgio Morosini l’indagine che
tra polemiche e accuse ai magistrati, ha provocato lo
scontro istituzionale con il Quirinale. È il racconto di
ciò che accadde nei sotterranei del potere tra il ‘92 e
il ’94 quando, sotto la minaccia dello stragismo, i
massimi esponenti delle istituzioni abdicarono,
secondo l’accusa, al loro ruolo di contrasto e
all’azione repressiva contro le cosche e con un
cedimento senza precedenti scelsero la linea
“morbida” per salvare la vita a un pugno di
parlamentari finiti nella black list dei sicari mafiosi.
Pubblicato integralmente, è un documento a suo
modo storico che spinge la Procura di Palermo fino
alle “colonne d’E rco l e” del diritto, come dice Ingroia:
il tentativo di processare a Palermo (perché le
minacce a Mannino, primo segnale di violenza al
governo Andreotti, sono avvenute a Palermo così
come l’omicidio Lima, primo atto di esecuzione di
quelle minacce) quella malintesa (e perciò mai
dichiarata) ragion di Stato che ha fornito
un’apparente legittimazione alla trattativa.
“Un’indagine rigorosa” Depositate le venti pagine che
raccontano il percorso investigativo con cui Antonio
Ingroia lascia la Procura di Palermo. Un’inchiesta
condotta nonostante “i tanti, troppi, depistaggi e
reticenze, spesso di fonte istituzionale”. Ecco le carte che
hanno portato allo scontro con il Quirinale “C’è ancora una forma di grave amnesia collettiva della maggior
parte dei responsabili politico-istituzionali dell’epoca (un’amnesia
durata vent’anni), che avrebbe dovuto arrestarsi, se non
di fronte alla drammaticità dei fatti del biennio terribile ‘92-‘93 ,
quanto meno di fronte alle risultanze (anche di natura
documentale) che confermavano l’esistenza di una trattativa”Napolitano e le 4 telefonate con Mancino SONO ALCUNE indiscrezioni pubblicate da Panora ma a far
esplodere il caso: il presidente della Repubblica è stato intercettato.
Subito il chiarimento del pm Nino Di Matteo: le
bobine con la voce di Napolitano non hanno alcuna rilevanza
processuale e verranno distrutte secondo la procedura prevista
dalla legge. Che è proprio ciò che preoccupa il Colle: i
nastri, prima di essere eliminati, devono
essere fatti ascoltare agli avvocati dei 12
imputati. Ognuno di essi potrebbe infatti
trovarvi prove che magari non servono
all'accusa, ma possono essere preziose
per la difesa. Nessuno però impedisce
agli avvocati di raccontare poi il contenuto
delle telefonate (quelle con Napolitano
sono 4 in tutto su oltre 9 mila registrate
sul telefono dell'ex ministro Nicola
Mancino) ai giornalisti. È questo che
il Colle vuole evitare e per questo ha sollevato
davanti alla Corte costituzionale il conflitto di attribuzioni,
che l'ha accettato: starà alla Consulta stabilire se
Napolitano deve godere di una tutela superiore a quella a
oggi prevista. I pm di Palermo in una memoria difensiva
hanno obiettato: “Solo il sovrano assoluto è inascoltabile”. “La trattativa non è stata limitata a singoli obiettivi tattici, come
la tregua per risparmiare gli uomini politici inseriti nella lista
mafiosa degli obiettivi da eliminare, o l’allentamento del 41-bis,
ma ha avuto a oggetto un nuovo patto di convivenza fra lo Stato
e la mafia, senza il quale Cosa Nostra non avrebbe potuto
sopravvivere e traghettare dalla Prima alla Seconda Repubblica” QUEL CEDIMENTO SUL 41-BIS
IL SEGNALE CHE I PADRINI VOLEVANO“S erviva un nuovo referente politico: così l’a ccord o
politico-mafioso, nel 1994, non prima di avere rinnovato la
minaccia al neonato governo Berlusconi. Brusca e Bagarella fecero
recapitare, attraverso Mangano-Dell’Utri, l’ultima intimidazione.
Poi il patto politico-mafioso che completò così la trattativa” A PALERMO lascio un pezzo di cuore e un
pezzo della mia vita”, il magistrato Antonio
Ingroia parla così poco prima di imbarcarsi
per il Guatemala, per combattere il narcotraffico
internazionale su incarico dell'Onu.
Il pm, i cui maestri furono Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino, ha scelto questo
momento per partire proprio perche',
come spiega, "il mio compito a Palermo è
esaurito". La scorsa settimana è infatti
partito lo storico processo sulla trattativa
tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, ma -
sottolinea Ingroia - il suo ruolo è stato fondamentale
soprattutto nella fase delle indagini.
E lascia un pool preparato, composto
di magistrati esperti e di altri giovani
e freschi di studi giuridici. Ingroia, classe
1959 - nella sua storia alcuni dei processi
più importanti, tra cui quello al senatore
Dell'Utri - resterà in Guatemala fino a settembre
2013. Il fatto quotidiano 6 novembre 2012
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